Il diario dell’investigatore

Animal Equality espone ogni anno le sue indagini in Italia mostrando la reale ed attuale condizione degli agnelli e capretti durante i trasporti, negli allevamenti e nei macelli. Al contrario di quanto si ritiene comunemente, dietro il volto di un settore che si promuove come rispettoso della natura e degli animali si nasconde una realtà che provoca in Italia, secondo gli ultimi dati, la morte crudele di circa 3 milioni di animali.
I nostri investigatori sotto copertura documentano costantemente con molte ore di filmati e decine di immagini, decine di trasporti, diversi allevamenti ovinicaprini e macelli in più parti d’Italia. Le scene documentate mostrano violenza fisica e sofferenza psicologica evidente, ribadita da un nucleo di esperti interpellato appositamente dalla nostra organizzazione.

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Investigati i trasporti dall’estero nel 2014

Le rotte della morte

Sono 615 milioni gli animali che sono stati trasportati in Italia per finire nei macelli nel 2013. E ancora qualcuno non nota i camion sui quali gli animali sono deportati ogni giorno per le strade da un capo all’altro dell’Europa e oltre mare. Decidiamo di dedicare qualche giorno alla loro ricerca, attendendone il passaggio. Non è difficile, basta abituare l’occhio a guardare e non spostare mai lo sguardo dalla strada.
Il nostro stato interiore è contrastato dalla speranza di trovarli e al tempo stesso che non passino. Che non passino mai più, ma finchè lo faranno vogliamo vederli. L’unica cosa che possiamo fare è conoscerli, guardarli negli occhi, dire loro che noi li abbiamo visti e parleremo di loro. E dopo ore di attesa, eccoli, li seguiamo. Documentiamo le condizioni in cui viaggiano per farlo sapere a chi ancora non sa e si prepara a festeggiare Pasqua e Natale mangiandoli. Guidiamo anche 10 ore che è solo un pezzo del loro viaggio, e stiamo un pò insieme a loro; ci mettiamo nei loro panni, immaginando da dove vengono, la breve vita
passata in una stalla, lo spavento di salire su un camion mai visto, con animali che non fanno parte del proprio branco. Di stare stipati e senza l’unico stimolo positivo avuto sino a quel momento, acqua e cibo. La noia di viaggiare per giorni, la stanchezza. La tensione e l’angoscia che li fa piangere, chiamare qualcuno: li sentiamo quando si fermano al casello dell’autostrada insieme al puzzo che fuoriesce sferzante, indice del tempo che sono chiusi lì dentro. Se siamo fortunati possiamo vederli da vicino per pochi minuti, che usiamo per riprendere in che condizioni sono, sussurrando loro, a volte mentalmente, che ci dispiace non poter fare di più e trasmettendogli tutto l’amore in un istante in cui possiamo toccarli.

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Investigati gli allevamenti e i macelli nel 2014

Nell’attesa di ottenere quello che cercavamo

“Sono tre settimane che proseguiamo gli appostamenti presso uno tra gli allevamenti di pecore e agnelli che abbiamo intenzione di investigare. Grazie a una segnalazione sappiamo che qui hanno l’abitudine di pesare gli agnelli, prima di dirigersi verso il macello, legandoli e appendendoli in gruppo per le zampe.
Attendiamo che questo accada da tre settimane, ogni mattina all’alba siamo qui appostati e seguiamo lo svolgersi degli eventi nell’allevamento. Abitudini, riti, nuovi cuccioli che nascono ogni giorno e crescono a vista d’occhio.
Ogni giorno l’attesa si fa più pesante da sostenere: sappiamo che questi potrebbero essere i loro ultimi momenti di vita, attendiamo che li vengano a prendere per ucciderli e sappiamo di non poterlo evitare.”

Infiltrati in uno degli allevamenti

“Dopo settimane di osservazione, decidiamo di ottenere delle informazioni andando a vedere l’allevamento da vicino. Oggi ci presentiamo agli addetti sotto copertura e falso nome, ed entriamo.
Ci accompagna la tensione e l’inquietudine di dover sostenere quello che vedremo, fingendo che sia accettabile. Non abbiamo molto tempo per parlare con l’allevatore, inizia a piovere e i tempi si fanno ancora più stretti. Gli animali si muovono sotto la pioggia battente, sul terreno coperto di spazzatura e feci. Riusciamo a scattare alcune foto, poi l’allevatore ci ferma, alcune scene è meglio non fotografarle.

Dopo qualche giorno torniamo nuovamente sul posto. L’allevatore ci mostra dei cuccioli nati durante la notte, il loro manto è bianchissimo e le zampe si muovono incerte e goffe.
Ci parla del suo lavoro e dei risultati raggiunti nella produzione di agnelli.
Mentre ci muoviamo nei campi incontriamo pezzi di carcasse sparse a terra. Alcune sono zampe di pecora, altre sono mandibole. Cerchiamo di dissimulare l’orrore, mentre l’allevatore ci mostra alcune pecore rinchiuse in piccolissimi recinti di assi inchiodate: sono le mamme più giovani, hanno solo un anno di età e non sono esperte nel crescere i piccoli, per questo vengono tenute chiuse e obbligate a fare il loro ‘dovere’ di madri.”

Il momento in cui riprendere la pesatura

“Ci siamo, è arrivato il giorno che stavamo aspettando. É molto presto e il lavoro è già ampiamente iniziato; riprendere non è facile, l’occasione è soltanto una e sappiamo di non poterla sprecare. Dobbiamo gestire insieme sensazioni contrastanti: mantenere la calma, cercare di riprendere il più possibile e allo stesso tempo assistere ad una pratica assurda, violenta e insensata. É in questi istanti in cui il nostro cuore batte a mille che comprendiamo l’importanza del lavoro che stiamo portando avanti; sentiamo il peso di tutte quelle urla e della tragedia che si sta consumando a pochi metri da noi. Vediamo il processo di separazione degli agnelli dalle mamme, tutto il gregge si agita e si alzano grida strazianti, la tensione è alta. Gli agnelli vengono stretti in un recinto molto piccolo, dove lo spazio è talmente poco che alcuni scavalcano gli altri camminandogli sulle schiene, nel tentativo disperato di tornare dalle madri. E’ una scena che non dimenticheremo. Il momento della pesatura arriva e gli agnelli vengono presi per le zampe e passati di mano in mano, come sacchi, fino al camion. Legati a gruppi fino a dieci, gli agnelli vengono appesi con delle corde. Gridano e si divincolano con forza, non sanno cosa gli sta succedendo ma hanno la volontà di liberarsi.

Dopo questa procedura interminabile vengono caricati sul camion, vediamo riempirsi tutti e tre i piani. Tanti pensieri ci affollano la mente. Cosa provano quei cuccioli sul camion, mentre sentono la loro mamma gridare e chiamarli da lontano? Quanto dolore per delle madri vedersi strappare i piccoli una volta portato a termine il proprio ‘lavoro’, quello di incubatrici?”

In viaggio verso il macello

“Il camion parte, diretto al macello. Lo seguiamo nel viaggio che porterà gli agnelli alla morte. Alcuni di loro hanno solo tre settimane, la loro voce è sottile e insicura.
Imbocchiamo l’autostrada e osserviamo il camion muoversi tra le macchine. Quanti automobilisti ci faranno caso? Quanti si faranno domande su chi è contenuto in quel camion e dove sta andando?
Il viaggio finisce, siamo arrivati davanti al macello. Il camion entra nel cancello e qui finisce tutto.
Dobbiamo fermarci qui, saliamo in macchina dopo aver ottenuto alcune riprese, e ci allontaniamo, consapevoli di quanto altro potremmo raccontare.”

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Investigati gli allevamenti e i macelli nel 2013

La separazione – Gli agnelli vengono caricati per essere portati al macello

“La pastorizia può sembrare, ad un occhio poco attento, un’attività che si svolge a contatto con la natura, nell’amore e nel rispetto degli animali. Era molto presto quando siamo entrati in uno degli allevamenti per documentare uno dei momenti più dolorosi della breve vita di un agnello: la separazione dalla sua mamma, prima del lungo viaggio verso il macello. L’aria era limpida, leggera, i prati immensi, verdi, immersi nel silenzio e nella calma; le nostre sensazioni stonavano in maniera assordante con questo panorama così quieto, in noi c’era l’ansia del lavoro da svolgere, la preoccupazione di non farcela, il timore che qualcosa potesse andare storto ma soprattutto la paura di confrontarsi con un momento così doloroso e di esserne all’altezza.

Giungiamo a destinazione e il camion su cui andranno caricati i piccoli arriva poco dopo di noi. Le mamme e gli agnelli vengono chiusi tutti insieme in un recinto e questo è un passaggio obbligato perché nessun agnello seguirebbe il pastore lontano dalla sua mamma. Poi, con un sistema di cancelli e divisori, le mamme vengono forzate ad uscire e gli agnelli rimangono intrappolati, in preda al panico, al terrore, alla solitudine. Questi animali vengono macellati quando hanno un mese o poco più. Sono davvero piccoli. Gli agnelli corrono, saltano, scalciano, cercano un modo per ricongiungersi alle mamme che intanto belano spaventate, li chiamano, ma vengono allontanate. Gli addetti ai lavori restringono sempre di più lo spazio a disposizione degli agnelli, spingendoli con un cancello di legno, in modo da raggrupparli fino ad ammassarli per facilitarne la presa. Quello che si svolge in pochi minuti sembra invece un’eternità: gli animali vengono afferrati per le zampe, per il collo, per la coda, insomma, per quello che capita.

Vengono presi, passano davanti a noi con gli occhi sgranati di chi non sa ma capisce che qualcosa non va, di chi perde ogni punto di riferimento, di chi si ritrova solo a combattere per la propria vita senza aver gli strumenti per farlo.

Le zampe anteriori vengono legate e uno ad uno, a gruppi di 14-15, gli agnelli vengono appesi ad un gancio e pesati in gruppo. Questa manovra, illegale per stessa ammissione dell’allevatore, provoca un visibile stress negli animali che fanno di tutto per divincolarsi, in preda al panico e al terrore. I loro sguardi ci lasciano attoniti e ogni volta che rivediamo le immagini di quel momento sentiamo la stessa tristezza di quel giorno che ci avvolge, la stessa incapacità di poter trovare una spiegazione a tanto dolore. Dopo la ‘pesatura’, gli agnelli vengono gettati sul camion, sono sempre di più, sempre più spaventati, sempre più spaesati. Piangono, si guardano intorno, ci guardano e noi, quello sguardo, non lo sappiamo sostenere perché porta con sé tutto il peso del mondo: l’angoscia di una vita strappata con violenza, ingiustamente.

Sono migliaia quelli che nel periodo pasquale subiscono la stessa sorte. Le mamme piangeranno per giorni, i piccoli no, saranno macellati a breve. Noi non piangiamo perché non possiamo permettercelo ma dentro sentiamo un vuoto che nessuno potrà mai colmare.”

All’interno del macello – Una terra di nessuno

“Quando arriviamo al macello è molto presto, sono pochi gli addetti già arrivati, uno ad uno giungono sul posto pronti per iniziare la loro ‘giornata di lavoro’. Oggi è prevista la mattanza di molti agnelli appartenenti a due allevatori. Un macello è un ‘luogo di non ritorno’, una ‘terra di nessuno’ in cui avvengono cose tenute appositamente il più lontano possibile dalla nostra mente, ma che esistono ogni giorno, ogni ora, ogni minuto.

Intorno a me l’odore è spiacevole, immagino farebbe vomitare qualsiasi persone non abituata. Entrando nella sala più grande di macellazione sono visibili pezzi di corpi ovunque, parti smembrate di quelle che comunemente vengono ritenuti prodotti e non individui. In un attimo percepisco che intorno a me i rumori sembrano molto lontani, ho isolato la mia mente, procedo guardando dinanzi a me e ripensandoci, a posteriori, divento più cosciente e consapevole che stavo facendo questo non perché tutto ciò mi desse fastidio ma perché dovevo essere come loro, mostrarmi ‘normale’ in una ‘terra di nessuno’, camminare in mezzo a pezzi di corpi sembrando di essere come in qualsiasi altro luogo. Eccetto alcuni mattatoi specializzati, la maggior parte si occupa di ogni animale macellabile… mentre mi muovo stacco lo sguardo, per un attimo mi rendo conto che alla mia destra, appesa per una zampa posteriore, c’è una mucca. Nonostante ne avessi viste molte nella mia vita, rimasi per una frazione di secondo spaventato ed affascinato allo stesso tempo dalla sua grandezza ed imponenza, ‘dettagli’ a cui non avevo mai badato ogni volta che vedevo delle mucche. Per una frazione di secondo rimasi profondamente scosso, avevo avuto bisogno di una scena del genere per capire una cosa talmente particolare.

Arriva il momento degli agnelli, il pavimento è completamente coperto di sangue, si procede con costanza meccanica, fredda, precisa. Gli agnelli vengono radunati tutti insieme e spaventandoli vengono indirizzati verso l’imbocco del reparto dove verranno uccisi. Si dimenano, urlano, montano uno sopra all’altro, sono cuccioli e sono terrorizzati. A pochi metri da loro delle pelli di pecore appena macellate rilasciano del sangue che scorre in mezzo alle loro piccole zampe e nel frattempo si respira tra gli addetti una calma irritante, è il momento per loro di un po’ di riposo. Il tempo di un respiro e si inizia di nuovo togliendolo ad altri, quel respiro. Un addetto afferra nel mucchio, si parte, a coppie vengono portati all’interno, appesi, storditi e sgozzati, uno dopo l’altro. Il luogo di una precedente mattanza, che tra una pausa e l’altra era stato pulito con l’acqua, si tinge nuovamente di rosso. E’ surreale il senso di sdoppiamento dei suoni e dei silenzi, si passa dal fragore del gruppo terrorizzato, situato all’esterno, al silenzio dello stordimento e dello sgozzamento.

Gli agnelli si dimenano, dopo lo stordimento non sono incoscienti e sanno che in quel momento stanno morendo, puoi leggerlo nei loro occhi. C’è infatti qualcosa di speciale che possiedono gli animali, qualcosa che noi esseri umani abbiamo perso, probabilmente ‘istituzionalizzando’ la morte. Nei loro sguardi è visibile quanto sappiano comprendere a pieno quando stanno per morire. Riescono a comunicartelo in un attimo, nell’esatto momento in cui il tuo sguardo si incrocia con il loro. É una sensazione che ti rimane addosso, per tutta la vita.

Dopo essere stati sgozzati, una delle cose forse più sconosciute è la velocità con cui vengono lavorati i corpi. In un attimo ciò che ricorda questi piccoli cuccioli non esiste più, diventano prodotti, pronti per essere venduti. Quando esci da un macello e sei un investigatore sotto copertura sviluppi reazioni differenti, in base anche al carattere. C’è chi rimane in silenzio per un bel po’, c’è chi piange, c’è chi ha nausea e c’è chi cerca di conversare, con se stesso o con chi gli sta vicino, il più possibile, perché a volte è meglio smettere di pensare, almeno per qualche minuto, a ciò che si è appena dovuto affrontare. In questo caso io ho scelto l’ultima reazione.”

Un’altra giornata, un’altra mattanza – Correvi nei prati ieri, oggi invece…

“Sono arrivato al macello circa un ora prima che cominciassero le uccisioni, ho assistito alla preparazione degli arnesi, allo scarico dal camion dell’ultimo gruppetto di agnelli, alla vestizione con stivali e grembiuli di gomma dei macellai. La tensione saliva dentro di me ma i macellai facevano battute e io dovevo ridere, scherzare e cercare di concentrarmi su qualcos’altro era tanto fondamentale quanto difficile. Esco con un macellaio a vedere gli animali, la cosa che mi colpisce di più è vedere questi animali, che sono ancora cuccioli, giocare nella zona di attesa, ignari di cosa sarebbe successo. Poco dopo arriva il veterinario e dopo una breve occhiata agli animali e una poco più lunga ai documenti che li accompagnano dà il via alle uccisioni.

In quel momento accendo la telecamera e cerco di focalizzare tutta la mia attenzione su ciò che sarà lo scopo finale del mio lavoro e non su ciò che sta accadendo attorno a me. L’addetto allo stordimento, un ragazzo di circa 20 anni, prima di applicare la scossa ripete sempre la stessa frase “correvi nei prati ieri, oggi invece…”. Gli odori che si sentono in un macello ti rimangono impressi, l’odore che emana il pelo bruciato dalla pinza elettrica è qualcosa che non credo dimenticherò mai. In poco più di tre ore vengono uccisi tutti gli animali. Me ne vado consapevole di aver assistito a qualcosa di tremendamente sbagliato che spero un giorno possa cessare, spero che la gente possa capire che un altro stile di vita è possibile, che tutto questo non è necessario.”