Annamaria Manzoni

Annamaria Manzoni

Psicologa e psicoterapeuta


Ancora  pochi giorni e la mattanza comincerà per poi raggiungere il suo culmine in vista della Pasqua: l’agnello di Dio sarà ancora una volta  costretto suo malgrado  a togliere i peccati dal mondo, e inutilmente alzerà i suoi lamenti che arriveranno al cielo senza incrociare la pietà che invocano. E’ lui, perchè innocente, la vittima ideale per pagare le colpe dei colpevoli. “Felici le madri di questi agnelli sacrificali? – si chiede Josè Saramago nel suo Vangelo secondo Gesù Cristo – Quelle madri, se lo sapessero, ululerebbero come lupi”, perché  loro mai  avrebbero immaginato questa fine quando, neonati,  li leccavano e li nutrivano e volevano solo, quelle madri, farli crescere i loro piccoli per poi lasciarli  andare, a brucare l’erba o a correre nei prati. Non avevano capito cosa li attendeva; nè c’è da stupirsene perché nessuna legge naturale potrebbe contemplare  il teorema  indimostrabile per cui il peccatore lava le sue colpe con un altro peccato, quello dell’uccisione di un innocente, di milioni di innocenti, che devono essere fragili, teneri, indifesi:  un paradigma che trova nel diritto del più forte l’unica giustificazione. E così, secondo  riti e tradizione, la pasqua di sangue approntata in nome della pace inonderà la terra.

Per altro il significato di vittima sacrificale, che pure con tanta foga viene rispolverato e rinvigorito ad ogni Pasqua, per la gran parte  della gente è ormai solo una pallida e scolorita giustificazione:  la ricorrenza è piuttosto l’occasione per l’apoteosi di una mattanza che, come ci dicono i numeri,  non ha tregue nel corso di tutto l’anno,  al di fuori di qualsiasi riferimento religioso, per l’esclusivo e paganissimo piacere di un “piatto” evidentemente apprezzato.

Le parole che stigmatizzano come inaccettabile per la sua crudeltà l’uccisione degli agnelli, oscenità tra le altre oscenità dell’uccisione di ogni animale, sono evanescenti, a volte esercizio letterario che tocca qualche corda e si scioglie in turbamento passeggero : le immagini no, le immagini colpiscono con la forza dell’evidenza:  non mentono e non tacciono. E allora i video,  inguardabili per la violenza che mostrano ma da guardare per il dovere etico di sapere,  sono quelli che sbattono in faccia la realtà, ciò che avviene nei luoghi della mattanza, che è la quintessenza del male: esseri totalmente indifesi, miti per antonomasia, innocenti per definizione, sono strappati alle madri, sottoposti a viaggi terrorizzanti, pesati, appesi per le zampe, uccisi  con un coltello che recide la gola e che a questo punto si vorrebbe affilato, ma non sempre lo è e l’agonia si prolunga: belati terrorizzati , sangue ovunque, gemiti e strida. E poi le urla degli addetti ai lavori, uomini resi brutali dal loro stesso “lavoro”.

Le indagini di animalEquality sono sconvolgenti quanto necessarie, perché la cultura occidentale in cui viviamo immersi ha posto in essere nei confronti della sofferenza animale e di tutte le sue forme più estreme un meccanismo di nascondimento e occultamento, al servizio di quel connubio tra sensibilità ed egoismo che ci contraddistingue: non vogliamo vedere perché, anime belle  e amanti degli animali quali ci piace considerarci, siamo refrattari a  tanto orrore; ma non vogliamo rinunciare a qualsivoglia piacere seppure sbrigativo e perso tra gli innumerevoli altri che ci concediamo, quale che sia il prezzo che altri, altri animali, pagano.

Il nostro processo di civilizzazione,  mentre condanna la violenza in tutte le sue forme, in realtà la subordina ad  un grandioso processo di rimozione e negazione, che vorrebbe, questa violenza,  annullarla o almeno mistificarne  il senso e la portata. Le immagini, frutto di investigazioni rigidamente clandestine, ci colpiscono con tutta la violenza che portano con sé e ci costringono a prendere atto di ciò che supportiamo con i nostri stili di vita e le nostre abitudini alimentari e  di cui rifiutiamo di sentirci responsabili. Come spesso succede in questi casi, ad essere messi sul banco degli imputati sono coloro che pongono in essere indagini scomode e magari pericolose, infrangendo una legge che, al servizio dell’opera di nascondimento in atto, proibisce che venga mostrato ciò che è politicamente, umanamente, eticamente vergognoso che abbia luogo.

In atto, lo vediamo, è una realtà di violenza inaudita, che suscita estrema pietà per gli agnelli e orrore per quanto subiscono, ma deve anche indurci ad interrogarci sulla cultura in cui siamo immersi:  davvero vogliamo continuare a convivere con la mattanza di questi cuccioli di animali, gli stessi  che, in una sorta di totale schizofrenia,  in altri momenti offriamo all’interessamento  intenerito dei nostri bambini, nelle favole, nei peluches, nei cartoni animati, come loro  piccoli  e stupiti davanti al mondo, che guardano con curiosità e attesa, da una vicinanza di sicurezza con la propria mamma, da cui si aspettano protezione?

Altre considerazioni incalzano ed esigono riflessioni: esiste un mondo di uomini a cui viene delegato di svolgere in prima persona il lavoro sporco: bistrattare e poi sgozzare esseri indifesi, farlo ogni giorno, a catena di montaggio, opponendo la tenace determinazione a portare a termine il compito ai gemiti e ai belati, alle invocazioni di aiuto e alle grida di dolore, non resta senza conseguenze. Molti di loro non hanno scelto di fare quello che fanno, ma  di certo fare quello che fanno, qualunque fosse la loro realtà di uomini prima che tutto cominciasse, non può che trasformarli in persone brutali, insensibili, sorde al dolore altrui quando non addirittura capaci di infierire con ancora maggiore violenza sulle vittime. Della trasformazioni di tutti costoro , che sono  la mano sporca della mattanza, dobbiamo prendere atto.

E non illudiamoci: una società che in parte non si vergogna di esporre cadaveri di agnelli, appesi a testa in giù ai ganci delle macellerie, in parte invece preferisce che il “prodotto” che arriva sulla tavola sia irriconoscibile e non rechi tracce dell’animale da cui proviene, è comunque una società che convive, ammette, incentiva una forma di violenza, legalizzata finchè si vuole, ma sempre e comunque violenza orribile. I suoi miasmi non possono che intaccare le nostre vite e le nostre coscienze esattamente come succede nelle società che ammettano la pena di morte: la mitezza è al bando e in modi indiretti e diversificati ognuno ne sarà contaminato. Nessuna società può essere considerata giusta e pacifica se al proprio interno la pratica della violenza è abitudine quotidiana, chiunque ne sia la vittima, senza distinzione tra quelle umane e quelle animali: solo forme diverse di una stessa oscenità.      Ad opporsi a tutto questo indicibile può essere solo una diversa alleanza tra tutti i viventi , solidale, rispettosa, amichevole verso ogni vita,  nessuna esclusa, che possa aprire una strada , in direzione ostinata e contraria, verso i luoghi di garbo e di gentilezza che  ognuno dovrebbe poter abitare, non solo nei propri  sogni. “Dì una sola parola” ed eserciti di vittime innocenti saranno salvati: in assenza del verbo che arrivi dall’alto, ad ognuno la responsabilità di opporre il proprio personale no al male che c’è nel mondo.

Michela Pettorali

Michela Pettorali

Medico veterinario


In alcune immagini è possibile vedere quella che viene chiamata, ed è, la pesatura degli agnelli prima del viaggio verso il macello. Un gruppo di agnelli, più o meno da 7 a 10, viene legato ad uno ad uno ai carpi e infine, appesi, tutti assieme, ad un gancio collegato ad una bilancia. La legge a riguardo non è molto chiara, accenna solo ad una pesatura il meno cruenta possibile e che richieda meno manipolazioni possibili. Di fatto non possiamo definire questa pratica non cruenta, sia dal punto di vista psicologico che fisico. Gli agnelli sono ammassati tra loro, appena tolti dal contatto materno e visibilmente spaventati. La trazione che viene fatta sui carpi, dovuta al peso del corpo, e sull’articolazione scapolo-omerale, provoca indubbiamente dolore. La situazione più stressante, sotto ogni punto di vista, è sicuramente quella degli agnelli che si trovano in mezzo agli altri, sepolti dal corpo degli altri: alcuni di loro si dimenano, scalciano e si colpiscono a vicenda con gli arti posteriori.

A questo punto vengono gettati sul camion di trasporto come sacchi di farina e trasportati al macello; stipati, tanto da non potersi muovere e cercare di respirare tirando su la testa a turno, alcuni cercano di saltare, altri, stremati, forse malati, si appoggiano sul corpo degli altri.

Questo sarà il loro unico e ultimo viaggio fuori dall’allevamento, fabbrica di agnelli, in cui sono nati, prima di arrivare al macello. All’interno dei macelli filmati è possibile notare il degrado, in particolare in un filmato la presenza, tra i piccoli capretti e agnelli, di una femmina adulta che è visibilmente sofferente, sicuramente affetta da zoppia e forse anche da mastite.

In una parte dei filmati è possibile “assistere” anche lo stordimento, se si può parlare di stordimento, e alla macellazione vera e propria. Un capretto viene fatto scendere da un mezzo di trasporto che da quello che è possibile vedere non risulta idoneo al trasporto stesso.

Un primo operatore prova a stordirlo, goffamente, con un apparecchio per l’elettronarcosi visibilmente non o poco funzionante: prova a farlo per almeno tre volte appoggiando l’apparecchio in ogni punto del corpo del piccolo capretto. Dopo di che entra in scena un altro operatore che tenta con la pistola a proiettile captivo…al terzo tentativo, con il capretto visibilmente spaventato, riesce a stordirlo. Non amo parlare delle leggi sul benessere animale, è difficile poterne parlare quando un individuo viene ucciso, ma in questo caso, si può affermare, senza ombra di dubbio, che anche le più basilari “regole di benessere” sono state disattese.

In un altro spezzone del filmato si può affermare altrettanto in quanto è visibile un agnello che viene dissanguato, mediante iugulazione, apparentemente senza stordimento e su un bancone di appoggio.

Tra le tante immagini dei capretti e degli agnelli, ripresi durante questo breve ma interminabile viaggio verso la morte, si possono vedere anche immagini riguardanti l’allevamento stesso che testimoniano lo stato di abbandono in cui gli animali vengono lasciati. Pochi secondi, ma sufficienti, per vedere una pecora, adulta, in un piccolo recinto, dentro un capannone che serve da ricovero per gli utensili da lavoro e trattori. La pecora è visibilmente abbattuta e con uno sguardo attento, si può notare, tra gli arti inferiori, una massa nera, lucida. Basandosi sulle immagini sembra indubbio che si tratti di una mammella necrotica, affetta da mastite e non trattata. Inutile menzionare il dolore fisico, provato da questo individuo.

John Sorenson

John Sorenson

Professore di Sociologia, Brock University, Canada


“L’investigazione sotto copertura realizzata da Animal Equality in diversi allevamenti e macelli in Italia, rivela la brutalità che sta alla base della celebrazione della Pasqua e del consumo di carne. Le condizioni in cui vivono questi animali sono terribili, alcuni di loro vengono lasciati morti o malati a marcire tra i loro compagni ancora vivi, confinati all’interno dei recinti.

Le immagini raccolte nei macelli sono addirittura peggiori: gli agnelli vengono stipati in piccoli recinti, senza lo spazio per muoversi, accanto alle pelli insanguinate strappate agli animali appena macellati. Ci sono numerose violazioni delle leggi in tema di benessere animale ma qui la cosa peggiore è la semplicità con cui è diffusa e praticata tanta violenza. I lavoratori non sembra traggano particolare piacere dal maltrattare gli animali, semplicemente hanno accettato la loro attività come un dato di fatto e continuano a portare avanti il loro lavoro. Animal Equality ha ancora una volta svolto un servizio utilissimo, sollevando la questione se è giusto continuare a sostenere tanta brutalità e violenza.

Roberto Marchesini

Roberto Marchesini

Etologo, fondatore della Scuola Interazione Uomo Animale


“Forse non si riflette abbastanza su cos’è un agnello. E’ un cucciolo e come tutti i cuccioli ha bisogno di avere accanto a sè una mamma che si prende cura di lui e lo tiene in una condizione di serenità. In una folla di agnelli stipati in uno spazio angusto non c’è solo l’orrore per la mancanza dei requisiti minimi di benessere: avere uno spazio a disposizione, essere libero dalla fame e dalla sete, non correre il rischio d’incidenti gravi – inevitabili in una folla spaventata. Dobbiamo immaginare una folla di bambini, al di sotto dei due anni, che disperatamente cercano la mamma e piangono senza conforto e ininterrottamente, giacché la loro paura è aumentata dal pianto degli altri cuccioli, dalle urla degli uomini, dalle caratteristiche dell’ambiente, dall’odore della sofferenza e del sangue.

Ma è un umanizzare? Gli agnelli soffrono come i bambini? Per quanto riguarda la paura direi addirittura di più, perché come prede hanno un sistema emotivo molto sensibile e sono più portati a spaventarsi rispetto agli umani. Nel filmato vediamo solo l’orrore esplicito, quello che ci parla di agnelli calpestati, di agnelli palesemente sofferenti, di strutture vessatorie e di modalità di manipolazione che non verrebbero minimamente usate se invece che agnelli ci fossero oggetti preziosi. L’agnello che viene gettato come un sacco di patate dentro un camion è meno che un oggetto prezioso. Quello che solo un etologo può vedere sono le espressioni comportamentali di disperazione, l’immersione in un universo percettivo di sofferenza e morte, gli atteggiamenti di ricerca parentale e lo stato di terrore.

Guardando questo filmato ho avuto la netta sensazione di assistere a un girone dantesco, un inferno che purtroppo abbiamo costruito noi umani, un atelier di mostruosità di cui noi siamo produttori, registi e protagonisti. Gli agnelli ancora pienamente coscienti agganciati di fianco ad altri agnelli con la gola recisa, con il sangue che gocciola su di loro, mi ricorda il quadro di Giotto dedicato a Satana presente nella Cappella degli Scrovegni. Lo stesso orrore si prova di fronte a questo tripudio di mostruosità ove non c’è il benché minimo rispetto verso il dolore e la sofferenza, dove non c’è spazio per la pietà.”

Bernard E. Rollin

Bernard E. Rollin

Professore di Filosofia e Scienze Animali, università del colorado, USA


“Il commento a questo video è realizzato assieme al dottor Terry Engle, professore ordinario di scienze animali.

Io non posso rimanere estraneo alle atrocità perpetrate sugli animali. Nel mio lavoro sull’allevamento e di ricerca nelle scienze animali, ho visto le persone comportarsi in un modo che mi fa vergognare di essere umano. Ma questo video è peggio di qualsiasi altra cosa. Sebbene i lavoratori raramente mostrino la rabbia, o la crudeltà selvaggia che ho visto in altre occasioni, l’abuso ripetuto in maniera robotica è comunque, a suo modo, altrettanto doloroso.

Gli animali malati, quelli apparentemente sani e quelli morti vengono lasciati tutti insieme nello stesso recinto. Gli agnelli sono stati appesi vivi e coscienti ad una bilancia, per essere pesati. Vivi, coscienti, gli animali sono stati gettati da una parte all’altra senza alcuna attenzione, nonostante la loro consapevolezza e le urla terribili. Gli animali a volte non riuscivano nemmeno a muoversi. Nulla è stato fatto per aiutare l’agnello in ipotermia. La lista potrebbe continuare all’infinito.

Il video del macello è altrettanto selvaggio, gli animali in piena coscienza lottano contro il dissanguamento e vengono maneggiati senza pietà o compassione. Le pinze usate per lo stordimento, in un caso, hanno dato fuoco alla lana dell’animale. Io e il Dr. Engle riteniamo che il metodo di stordimento fosse usato in maniera casuale e non funzionasse la maggior parte delle volte. È difficile dire se gli animali fossero o meno storditi durante la fase di macellazione. In breve, l’impianto ripreso va immediatamente chiuso, e deve essere impedito a chi vi lavora di aver a che fare con gli animali. Tutti sono complici, e tutti dovrebbero essere perseguiti nella misura massima consentita dalla legge. Personalmente, ho seri dubbi che una persona qualsiasi possa riuscire a mangiare l’agnello dopo aver visto questo filmato.”

Federica Tassano

Federica Tassano

Medico veterinario, Italia


“Allevamenti: il video mostra una carcassa di agnello in decomposizione abbandonata da giorni in un recinto; un agnello in gravi condizioni fisiche, un altro incapace a deambulare, lasciati nel recinto con madri e altri agnelli, senza cure; viene ripresa la pratica tradizionale di “pesatura” in cui gli agnelli terrorizzati vengono legati per le zampe anteriori e pesati in gruppi.
Nel video viene inoltre mostrata una pecora lasciata da sola, legata alla mangiatoia poiché malata. E’ chiaramente spaventata e stressata. Le pecore sono infatti animali di branco che qualora separate dal gregge, anche se adulte, possono avere vere e proprie crisi di ansia e paura.

Macelli: nel video i movimenti degli agnelli successivamente allo stordimento più che riflessi, contrazioni, sembrano movimenti delle zampe coordinati, volontari; si può notare come alcuni di essi continuino a respirare e a muovere la testa anche durante il dissanguamento. “

Dr. Adele Lloyd

Dr. Adele Lloyd

Vice-Presidente del Sentient, Australia


“All’interno del capannone gli uomini gridano, fischiano, battono sui cancelli di metallo e colpiscono i muri di cemento con un bastone di legno cercando di forzare gli animali a spostarsi da un recinto all’altro. E ciò causa stress, com’è ovvio a giudicare dalla quantità di rumore che gli agnelli stanno facendo. Questa confusione è dovuta a una serie di motivi tra cui – ma non solo – la separazione dei piccolo dalle mamme, gli ambienti non familiari e i rumori eccessivi. Gli ovini si muovono serenamente solo in assenza di suoni acuti o forti, mentre in presenza di situazioni ambientali traumatizzanti questi animali esitano.

Il primo agnello è sottoposto a forti stress, tra cui l’essere isolato dal gregge, appeso per le zampe posteriori e costretto in una posizione innaturale (come precedentemente menzionato eventuali lesioni potrebbero verificarsi) oltre a trovarsi sopra un’area completamente invasa dal sangue. Gli agnelli che lo seguono, inoltre,subiscono il dramma di trovarsi accanto ai loro simili morti, o morenti.”

Lorelei Wakefield

Lorelei Wakefield

Pennsylvania Veterinary Animal Welfare Society, USA


“Un agnello in agonia (prossimo alla morte), che giace debole contro la recinzione del paddock, è lasciato solo per alcune ore, senza cure veterinarie e senza che gli venga praticata l’eutanasia. Quell’agnello sarebbe dovuto essere allontanato dal gregge e curato prima di raggiungere un simile stato. C’è un agnello morto e in decomposizione nello stesso recinto, insieme ad altri animali vivi. I corpi in decomposizione attirano i vermi e possono diffondere malattie.

Purtroppo gli agnelli che vediamo in questo filmato sono vittime di stress e sofferenze evitabili. Trattare gli animali in questo modo, legarli e appenderli in stato di completa coscienza, è terribilmente stressante e fonte di grande paura. Gli agnelli vengono trascurati per lunghi periodi e le condizioni igieniche in cui vivono non sono accettabili. I lavoratori ignorano i segni del dolore e di piena coscienza degli animali.
Gli agnelli sono animali delicati che meritano cure ed un trattamento umano. Al momento questa pratica è incapace di soddisfare anche i più elementari standard di benessere animale.”

Michela Pettorali

Michela Pettorali

Medico veterinario


[Dichiarazione del 2013]

“Alcune immagini si riferiscono a quella che in gergo viene definita “pesa”, ovvero quel procedimento durante il quale gli agnelli vengono appesi per le zampe anteriori a dei ganci, in gruppi anche piuttosto numerosi, e pesati. Il dolore provato dagli agnelli in questa fase appare evidente anche dal loro dibattersi nel tentativo di divincolarsi. Questo dolore è conseguenza dalla posizione innaturale che viene fatto loro assumere, tale per cui il peso corporeo aumentato dalla gravità carica esclusivamente sull’articolazione scapolo omerale stirandola al massimo provocando, quindi, lo stiramento della capsula articolare e la stimolazione dei nocicettori articolari.

Al macello, gli agnelli vengono ammassati dentro una recinzione da cui sono successivamente prelevati di forza dall’operatore tramite presa per le zampe anteriori. Tale modalità di presa, causa una anormale trazione dell’articolazione scapolo omerale con induzione di conseguente dolore. Successivamente, viene messo loro un laccio sulle zampe posteriori, in modo da poterli appendere a testa in giù, vengono elettronarcotizzati e iugulati (sgozzati). Alcuni agnelli continuano ancora a muoversi, quasi sicuramente in stato di coscienza e, quindi, sentendo dolore, fino al momento della iugulazione.”